Aggiungi un posto a tavola


Chissà quali sono i “veri” cattolici italiani: quelli che accettano con indifferenza che altri esseri umani, per il solo fatto di essere nati in un paese diverso dal nostro, possano essere considerati dei criminali e incarcerati in condizioni disumane in sedicenti “Centri” di identificazione (ed espulsione), oppure quelli che, gettando il cuore oltre l’ostacolo, rifiutano il concetto stesso di “diversità” proclamando ‑ come ha fatto ieri Don Gaetano dal palco della XX edizione della Festa dei Popoli di Roma ‑ che la Terra è di tutti perché apparteniamo tutti alla stessa razza umana? I benpensanti che esultano quando un gruppo di famiglie rom viene allontanato dal proprio territorio o i giovani della parrocchia del Redentore di Val Melaina che, in un appassionato elogio della condivisione, cantano e ballano il famosissimo Aggiungi un posto a tavola di Garinei e Giovannini?

Sicuramente, persone più realiste (e praticanti) di me sapranno spiegarmi con argomenti molto razionali quella che per me resta una contraddizione insanabile. Magari con gli anni, riusciranno anche a convincermi, chissà. Per ora, tuttavia, la sensazione prevalente che sento di conservare dalla partecipazione alla Festa dei Popoli di ieri è che questo è il lato migliore del cattolicesimo e di molta sottaciuta italianità.

Riflessioni ponderose a parte, della giornata di ieri mi restano tante sensazioni positive e stimolanti. Un’interessante chiacchierata con Rudy Flores sul Senor de los milagros e il sincretismo della chiesa cattolica peruviana, l’entusiasmo di un rappresentante della Città dei ragazzi, il serio lavoro di documentazione degli operatori della Caritas. Ma anche l’organizzazione disordinata delle file ai tanti banchetti di ristorazione etnici (io ho scelto l’eritreo!), l’immagine colorata di tante persone in festa, che mangiano e chiacchierano in piedi, con i piatti di plastica in mano, l’entusiasmo di tanti romeni che abbandonando ogni altra attività, si mettono automaticamente a ballare in risposta alle note della loro musica popolare. E poi mi resta l’emozione, più forte, suscitata dalla gestualità, straordinaria e inarrivabile per noi occidentali, delle ballerine del Kerala, e dall’energia libera e liberatoria delle Zingare spericolate, un gruppo di danzatrici rom dai 5 ai dodici anni (tutte rigorosamente private del diritto a un documento di identità dalla nostra “civile” burocrazia ‑ sia detto fra parentesi per non turbare lo spirito positivo di questa memoria).

Insomma, un’esperienza rivitalizzante, fortemente consigliata a chiunque si senta stretto in questo Paese vecchio e dominato dalla paura dell’Altro.

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